IL LIPOFILLING

Professionalità, esperienza e sicurezza per ridare al tuo corpo i giusti volumi e farti sentire più giovane e bella

Mario Dini

Il lipofilling nella ricostruzione mammaria

Il lipofilling nella ricostruzione mammaria può essere impiegato:

  • come integrazione e complemento della ricostruzione mammaria con protesi;
    • per reintegrare ricostruzioni con tessuti autologhi;
    • per ridurre il cosiddetto rippling (dovuto alla contrazione capsulare che è alla base di tutti i fenomeni di alterazione del profilo protesico) e rendere più morbida la reazione capsulare periprotesica, riducendo la contrattura capsulare;
    • nei casi di atrofia tissutale a seguito di radioterapia della mammella;
    • per reintegrare volumi mancanti in caso di esiti di quadrantectomie per correggere asimmetrie mammarie;
    • per la ricostruzione totale del seno dopo mastectomia;
    • per aumentare o reintegrare il seno ipoplasico in alternativa alla mastoplastica additiva con protesi;
    • per aumentare il seno a fini estetici.
  • Le prime quattro applicazioni sono ormai generalmente accettate, mentre è ancora aperta la discussione relativa agli altri possibili impieghi.

    Il lipofilling prevede prima il prelievo di tessuto adiposo da una zona del corpo attraverso una sottile cannula collegata ad una siringa, quindi l'impianto di questo tessuto, per mezzo di una iniezione, in un'altra zona del corpo dove è presente il difetto tissutale.

    L’impiego di cellule del proprio corpo impedisce qualsiasi forma di allergia e rigetto. Le complicanze possibili sono quelle legate a tutti gli interventi chirurgici: ematomi, infezioni, edema persistente, macchie cutanee.

    Il lipofilling viene generalmente eseguito in chirurgia mammaria per il trattamento di difetti estetici a seguito di interventi di chirurgia conservativa o di correzione dopo la ricostruzione del seno con protesi o lembi muscolocutanei. Fitoussi e collaboratori hanno presentato il caso di una paziente in cui è stata eseguita con successo la ricostruzione del seno esclusivamente mediante lipofilling, sottolineando come questa metodica abbia importanti vantaggi in termini di tolleranza o morbosità, anche se i risultati a lungo termine dipendono da fattori non controllabili, come il riassorbimento del grasso; ulteriori studi sono necessari per definire i pazienti che potranno beneficiare della tecnologia, per misurare la praticabilità, la stabilità della ricostruzione e la sua evoluzione nel tempo (Fitoussi et al. 2007).

    L’innesto di grasso autologo rappresenta certamente una valida e concreta alternativa di ricostruzione del seno nelle donne che hanno subito un intervento di mastectomia e risultano idonee al trapianto.

    Srdan Babovic ha descritto il caso di una paziente sottoposta a mastectomia a seguito di un carcinoma duttale in situ con ricostruzione del seno mediante espansore tissutale e di impianto. Circa due anni dopo, l’impianto fu rimosso perché la donna manifestava un eccessivo grado di disagio. Le venne allora proposta come procedura alternativa di ricostruzione mammaria l’innesto di grasso autologo, da eseguirsi in stages multipli (quattro sessioni minori sotto anestesia locale che avevano l’obiettivo di creare il miglior ambiente tissutale per il successivo innesto di grasso e due sessioni maggiori sotto anestesia totale in cui realizzava il trasferimento di grasso vero e proprio). Un anno dopo la sessione finale di trasferimento, la paziente esibiva una soddisfacente simmetria ed era pronta per la ricostruzione del capezzolo (Srdan Babovic 2009).

    Il successo di un trapianto autologo di grasso dipende da vari fattori: la tecnica e gli strumenti usati per la raccolta di tessuto adiposo, il volume di grasso impiantato, il trattamento del grasso e l’individualità del paziente.
    Negli ultimi 30 anni l'interesse per il trapianto autologo di grasso nel seno sia a fini ricostruttivi che a fini estetici è notevolmente aumentato e diversi sono i principi che ne hanno guidato la pratica fino ad oggi (Illouz et al. 2009).

  • La prima regola è evitare l’iniezione retroghiandolare del grasso; è stato infatti dimostrato che il piano retroghiandolare non presenta vascolarizzazione sufficiente a garantire la sopravvivenza del trapianto autologo di grasso. Viceversa, il tessuto sottocutaneo presenta una ricca riserva di sangue che favorisce la sopravvivenza degli adipociti e l’integrazione con i tessuti circostanti.
    • Il secondo principio riguarda l’iniezione del grasso in piccole quantità e su differenti piani in modo da garantire la vitalità delle cellule adipose ed evitare la formazione di tumori incapsulati.
    • Il risultato finale atteso di un trapianto autologo di grasso nel seno non dovrebbe essere l’obiettivo di una procedura unica, ma di multiple sessioni volte a prevenire le maggiori complicazioni.
    • Per garantire il successo dell’innesto è necessario lasciar trascorrere un intervallo temporale di tre mesi tra una sessione e l’altra (Illouz et al. 2009).