IL LIPOFILLING

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Mario Dini

Il lipofilling nei pazienti hiv+

Il trattamento dell’infezione da HIV negli ultimi anni è stato profondamente modificato a seguito del miglioramento delle conoscenze teoriche sulla patogenesi dell’infezione e grazie alla disponibilità di nuovi agenti antiretrovirali. L’associazione in combinazione di inibitori nucleosidici e non nucleosidici della trascrittasi inversa e/o degli inibitori della proteasi è in grado di sopprimere significativamente la replicazione di HIV, portando ad un aumento della sopravvivenza dei pazienti con AIDS e allungando la durata del periodo libero da malattia. 

La comunità scientifica ha però recentemente messo in luce pesanti effetti collaterali a lungo termine associati all’uso di questi farmaci, fra cui, la lipodistrofia.

La lipodistrofia come evento associato all’infezione da HIV è stata descritta per la prima volta nel 1996.
La segnalazione riguardava l’osservazione di accumulo di grasso in addome e in regione cervicale (buffalo hump) in 32 pazienti trattati con Indinavir, un inibitore delle proteasi.

Nonostante tali alterazioni siano state sporadicamente descritte anche in epoca precedente all’introduzione della terapia antiretrovirale, la loro comparsa è sicuramente correlata all’introduzione della HAART e la probabilità di sviluppare questa patologia aumenta in relazione alla durata del tempo di trattamento.
Alterazioni morfologiche caratterizzate da anomala distribuzione del grasso corporeo si riscontrano in una percentuale di pazienti in trattamento variabile dal 36% al 51% in relazione alle differenti casistiche.

Questa condizione patologica è caratterizzata da alterazioni morfologiche comprendenti: lipoatrofia periferica, lipoaccumulo centrale, gineco-mastia, buffalo hump e lipomi multipli, a volte associate ad alterazioni del metabolismo lipidico e glicidico (ipertrigliceridemia, ipercolesterolemia e resistenza all’insulina).
L’intensità dei disturbi e la frequenza con cui si associano è però estremamente variabile anche in pazienti trattati con identica HAART. Inoltre altre manifestazioni quali iperlattacidemia, alterazioni del metabolismo osseo, osteonecrosi, ipogonadismo, ipertensione arteriosa sono state descritte in questi pazienti ma l’associazione con la sindrome lipodistrofica non è chiara.
E’ stato inoltre dimostrato (ma non lo tratteremo in questa sede) un considerevole aumento dell’incidenza delle malattie cardiovascolari connesso con tali alterazioni metaboliche.

Le alterazioni morfologiche della lipodistrofia, considerate oggi come vere e “ proprie stigmate” dell’infezione, rappresentano la principale causa della ridotta aderenza alla terapia antiretrovirale in questi pazienti.
La chirurgia plastica è una delle discipline medico-chirurgiche che più di altre può essere di aiuto a questi pazienti per il recupero della loro immagine corporea.
Il trattamento delle alterazioni morfologiche della lipodistrofia non è quindi un percorso finalizzato a un risultato estetico derivante da un capriccio narcisistico, ma un tentativo di ricostruire un rapporto di armonia con il proprio corpo, che comunque è stato “violato” in primo luogo dall’ HIV e, successivamente, dai farmaci.
In questa prospettiva, un miglioramento estetico talora anche minimo, può in realtà essere percepito con grande soddisfazione dai pazienti, se vengono attivamente coinvolti in questo trattamento.